Share the post "Le Quattro Giornate di Napoli e la memoria della libertà. Intervista a Ugo Foà"
Nato a Napoli nel 1928, Ugo Foà aveva solo dieci anni quando, nel 1938, in Italia furono promulgate le leggi razziali, che lo privarono improvvisamente del diritto di frequentare la scuola. Terzo di cinque figli di una famiglia ebraica del quartiere Vomero, ha vissuto negli anni della Seconda Guerra Mondiale la solitudine della discriminazione, gli stenti dell’occupazione e il terrore dei bombardamenti.
La sua storia di bambino ebreo nell’Italia fascista e il racconto della liberazione della città sono raccolti nel suo libro autobiografico Il bambino che non poteva andare a scuola. Storia della mia infanzia durante le leggi razziali in Italia. La sua testimonianza sulle Quattro Giornate di Napoli del settembre 1943 offre uno sguardo diretto su come l’insurrezione popolare abbia intrecciato la lotta per la libertà con la salvezza della comunità ebraica napoletana. Nella sua casa a Roma, ci racconta la sua storia:

“Le Quattro Giornate di Napoli sono state un evento inaspettato, un’esplosione e una reazione improvvisa organizzata dall’antifascismo napoletano. Nel settembre del 1943 avevo 15 anni: ho capito cosa stesse accadendo perché mi trovai letteralmente in mezzo alla strada, anche se il lavoro di fondo dei gruppi militanti lo si è compreso solo dopo.
Le leggi razziali erano in pieno vigore e sarebbero durate fino all’ottobre del ‘43, quando Napoli fu liberata dagli Alleati. Non avevamo soldi né mezzi, vivevamo di stenti. Se le Quattro Giornate non avessero costretto i tedeschi alla fuga il 1° ottobre, l’arresto e la deportazione di tutti gli ebrei napoletani si sarebbero compiuti nel giro di pochi giorni”.
Nel suo libro lei racconta il trauma del 1938, quando le leggi razziali le impedirono di andare a scuola. Come visse quel divieto a 10 anni?
Fu un colpo tremendo. Aspettavo di iniziare il ginnasio, invece da un giorno all’altro mi ritrovai fuori dalla scuola. Non potevo più stare con gli altri ragazzi: li guardavo da lontano. Per anni ho dovuto studiare da solo a casa sostenendo gli esami da privatista, isolato nell’ultimo banco perché bollato come “di razza ebraica”. Mi hanno rubato mille giornate di scuola, ed è per questo che oggi vado tra i giovani a raccontare ciò che è stato.
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