Share the post "Il dolore che non si vede: il racconto del manicomio nell’ultimo film di Alessandro Bencivenga"
Attraverso le vicende di un infermiere, “L’invisibile filo rosso” nuova opera cinematografica del regista campano, restituisce dignità ai malati ricoverati (e troppo a lungo dimenticati) nel manicomio di Pergine in Trentino negli Anni Cinquanta

C’è un silenzio che pesa più delle parole, ed è quello delle storie rimaste per troppo tempo confinate dietro le mura di un’istituzione o tra le pieghe di una memoria collettiva distratta. Alessandro Bencivenga, regista campano già noto per la sua sensibilità nel raccontare grandi figure della cultura italiana e temi di forte impatto sociale (come nel documentario Il mio amico Massimo dedicato a Troisi), con il suo nuovo film L’invisibile filo rosso rompe con poesia questo silenzio portandoci negli Anni Cinquanta, all’interno del manicomio di Pergine Valsugana, in Trentino-Alto Adige.

Il rigoroso lavoro di ricerca dietro all’ultimo film di Alessandro Bencivenga
Presentato fuori concorso all’82ma Mostra del Cinema di Venezia, il film non è solo un’opera cinematografica, ma un atto di impegno civile nato da un rigoroso lavoro di ricerca durato oltre un anno. Tratto da una storia vera, il racconto si apre sulla più grande delle tre isole dell’arcipelago del Golfo di Napoli, Ischia, dove la vita del giovane Gennaro (Paco De Rosa) si intreccia a quella dell’amico Poduccio. Da qui, Gennaro parte per il Nord per lavorare come infermiere nel manicomio di Pergine, portando con sé la malinconia o pucundria in lingua napoletana, di chi sa che “’o Sud è comm ‘na mamma povera”.
Il manicomio di Pergine nel “L’invisibile filo rosso” di Alessandro Bencivenga
È attraverso i suoi occhi che scopriamo l’orrore e la dignità nascosti tra i corridoi dell’ospedale psichiatrico, dove l’incontro con Giovanni Giulio Anesini diventa il motore della storia. Interpretato da un magistrale Massimo Bonetti, Giovanni è un uomo rinchiuso da vent’anni: non per follia, ma per essersi imposto contro il potere. Al di fuori della narrazione filmica, proprio intorno alla figura di Anesini si sono addensate alcune curiosità reali riscontrate durante la ricerca e la definizione del progetto: il 28 marzo, giorno in cui il vero Anesini fu internato, coincide incredibilmente con la data di nascita di Bonetti, così come il 18 giugno, giorno della scomparsa di Anesini, corrisponde al compleanno del regista Bencivenga.
A queste sincronicità si aggiunge la suggestione, emersa dai documenti d’archivio, di una sorprendente somiglianza fisica tra l’attore e l’Anesini storico. Quasi un appuntamento col destino verso il mare: uno dei sogni del protagonista che purtroppo mai vedrà in vita, ma di cui il regista gli fa dono postumo attraverso la macchina da presa.