Fabio Pariante 17/06/2014

Immaterial. Si chiama così il primo giornale online lanciato da Marina Abramovic, la ‘grandmother’ della performance art degli anni Sessanta e Settanta.

È una piattaforma multidisciplinare che raccoglie materiali multimediali di tecnologia, natura, teatro, musica, film e le interviste dell’artista concettuale archiviate nel corso della sua carriera. Un luogo interattivo che si avvale di importanti collaborazioni di specialisti tra cui il video game maker Pippin Barr e tra gli altri, in qualità di contributor, Suzanne Dikker, Paula Garcia, Lisa Park, Lynsey Peisinger e Dolan Morgan. Un magazine da cui attingere informazioni in tempo reale con la possibilità di confrontarsi con lo staff della performer.

L’idea di una piattaforma digitale nasce a seguito del progetto più importante – forse – della carriera dell’artista, il Marina Abramovic Institute: un concept architettonico in fase di realizzazione ad Hudson, New York, dedicato sia ai giovani talenti dell’arte e sia per offrire un riferimento fisico e continuo nel tempo al modus operandi artistico riproducibile e ‘immateriale’ delle performance della Abramovic.

L’obiettivo di questo progetto di cui è direttore Serge Le Borgne, è quello di conoscere meglio sè stessi grazie a un particolare metodo che porta il nome della fondatrice serba: the Abramovic method. Una conquista maturata dopo tre performance che l’artista ha realizzato in giro per il mondo fino al 2010: The house with the ocean view (2002), Seven easy pieces (2005) e The artist is present (2010) che col tempo hanno definito il modo di interagire della performer con il pubblico attraverso minerali, strutture in legno, percezioni spazio-temporali stando seduti, sdraiati, in piedi, nudi o vestiti, al buio o con la luce. Continua su Wired.

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