Fabio Pariante 27/10/2022

Considerato il libro più strano e misterioso mai pubblicato, il Codex Seraphinianus, la cui prima edizione fu lanciata in due tomi nel 1981, è oggi un oggetto da collezione richiesto in tutto il mondo. Nella sua casa/studio in pieno centro a Roma, abbiamo incontrato l’artista e autore Luigi Serafini (Roma, 1949) per farci raccontare la genesi dell’enciclopedia e la successiva pubblicazione del libro Pulcinellopaedia Seraphiniana, entrambi ripubblicati nel 2016 in edizioni speciali con tavole inedite, anche a tiratura limitata.

Il Codex racconta la mia storia e i miei luoghi. Sono nato nella Roma barocca e già da piccolo raccoglievo i miei disegni in un quaderno, una sorta di mini-Codex. Abitavamo vicino Piazza di Spagna, poi ci trasferimmo in una zona residenziale, ma appena maggiorenne tornai nel centro storico e per caso trovai una soffitta proprio dove ero cresciuto, a via Sant’Andrea delle Fratte n. 30. Non molto lontano abitava anche Giorgio de Chirico e Gian Lorenzo Bernini aveva vissuto e creato capolavori come i due angeli di marmo nella basilica di Sant’Andrea delle Fratte”, racconta Serafini, mentre siamo seduti davanti a un curioso camino rigorosamente finto, in cui giace un cervo, tra gli animali che più animano la casa tra fotografie, sculture, disegni e installazioni.

E continua: “All’epoca il centro storico era ricco di pizzerie e trattorie a buon mercato, che spesso avevano sulle pareti dei fantasiosi paesaggi dai colori accesi, opera di un misterioso prof. Stampete, come si firmava. In sintesi, è questo il paesaggio che circondava la mia soffitta dove realizzai il Codex, un’opera per cui scelsi una scrittura asemica, ispirato da un viaggio che feci negli Stati Uniti nell’estate del 1971, quando ero studente di architettura. Tornato a Roma da New York, cominciai questo ambizioso progetto nel settembre del 1976”.

Tim Burton, Italo Calvino, Umberto Eco e Roland Barthes rientrano fra gli estimatori della sua produzione: Serafini è una persona molto intuitiva, attenta ai dettagli e alle coincidenze; è un fiume in piena tra aneddoti e ricordi che hanno segnato la sua vita e il percorso artistico con progetti realizzati anche per il teatro, la televisione e il cinema. Racconta infatti che per timidezza non accettò di interpretare il ruolo da protagonista ne La voce della Luna (1990), l’ultimo film di Federico Fellini, di cui era molto amico, così realizzò la locandina che conserva una storia molto interessante. Ma andiamo con ordine.

Luigi Serafini mentre firma una copia di Pulcinellopaedia Seraphiniana. Roma, 2022. Ph. Fabio Pariante
Luigi Serafini mentre firma una copia di Pulcinellopaedia Seraphiniana. Roma, 2022. Ph. Fabio Pariante

INTERVISTA A LUIGI SERAFINI

In merito alla scrittura asemica del Codex Seraphinianus e ai disegni illustrati che definiscono nuove specie, qualcuno ha ipotizzato ci siano aspetti esoterici.
Come per le immagini, quando scrivo seguo il mio sentire del momento. La scrittura del Codex è appunto asemica, cioè priva di significato e formalmente si è evoluta nel tempo, come si può notare sfogliando con attenzione le pagine. A me risulta asemica, e non ho certo nascosto messaggi esoterici, ma in futuro magari si scoprirà che c’era un’astronave aliena orbitante intorno alla Terra a metà degli Anni Settanta, che trasmetteva psicomessaggi ad altissima frequenza e che quindi io non avrei che trascritto inconsciamente immagini e alfabeto di una lontana civiltà extragalattica, chissà!
Nel Codex le lettere della scrittura sono nate istintivamente, liberandosi dalla gabbia della mia alfabetizzazione a base di caratteri latini. Dico sempre che dentro ogni calligrafia se ne nasconde un’altra, quella dell’anima, di cui si notano le tracce in quelle diversità tra persona e persona che danno tanto lavoro ai grafologi.

Invece cosa ti ha spinto a dedicare un libro alla maschera napoletana di Pulcinella?
Quando nel 1981 presentai il Codex Seraphinianus a Venezia, non c’era ancora il Carnevale che conosciamo oggi, quello cioè della città. Quando Napoleone entrò a Venezia nel 1797, uno dei suoi primi atti fu l’abolizione del grande Carnevale, che durava un mese e che comportava enormi rischi per le truppe di occupazione. Anche gli austriaci successivamente mantennero lo stesso divieto. Nel 1982, invece, sulla base del Carnevale di Piedigrotta a Napoli, il Carnevale veneziano rinacque nella sua pienezza dopo due precedenti fasi sperimentali.
E fu grazie a Maurizio Scaparro, presidente della Biennale Teatro, che ebbe l’idea geniale di innestare un Carnevale ancora vivo, come quello di Piedigrotta, in uno morto e farlo così resuscitare. Tra gli altri arrivarono da Napoli Roberto De Simone, Luca De Filippo – il figlio di Eduardo – e la sua compagnia, Mario Martone, insieme a un vagone pieno di Pulcinelli che si dispersero nelle calli. Fu un evento davvero prodigioso!

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