LA MOSTRA DI SERGIO FERMARIELLO A MADE IN CLOISTER, A NAPOLI, EVOCA L’IDEA DEL TEMPO E L’ESEMPIO DI VINCENT VAN GOGH. NE ABBIAMO PARLATO CON LUI.

Sergio Fermariello. (H)ear. Exhibition view at Fondazione Made in Cloister, Napoli 2020. Photo Francesco Squeglia
Sergio Fermariello. (H)ear. Exhibition view at Fondazione Made in Cloister, Napoli 2020. Photo Francesco Squeglia

Allestita a Napoli nella Fondazione Made in Cloister di Davide De Blasio, prende le mosse dalla figura di Vincent van Gogh la mostra (H)ear di Sergio Fermariello (Napoli, 1961). Un’esposizione site specific in cui la figura del guerriero che combatte le avversità del mondo, simbolo che da sempre incarna la firma dell’artista napoletano, si abbandona a una lettura ancora più profonda e contemporanea nelle finestre cieche del chiostro cinquecentesco della chiesa di Santa Caterina a Formiello, dove un tempo scorreva il Sebeto, un antico fiume che bagnava l’antica Neapolis.
Come una cartina di tornasole, sette lastre di tela su legno, file di guerrieri, sfumano nei colori dal blu all’arancio, dal ghiaccio preistorico del passato al caldo attuale del riscaldamento globale. È il tempo che passa, accelerato.

I GUERRIERI DI SERGIO FERMARIELLO

Il guerriero non è altro che un soggetto armato della propria maschera: la ‘I’ e la ‘O’ sono gli unici suoi attributi e in silenzio, come il monaco zen coltiva la sua terra, io coltivo il mio segno, ci racconta Fermariello, premio Saatchi & Saatchi per giovani artisti (1989) che ha visto i suoi esordi nella Galleria di Lucio Amelio.
Lungo le altre mura del chiostro si alternano dipinti su tele e tele forate. Nelle sfumature del bianco e del nero, migliaia di guerrieri, con tanto di scudo e lancia, invitano a riflettere sulle criticità che tanto affliggono il pianeta, e quindi a difendere se stessi e la natura. Ma il cuore pulsante dell’esposizione è l’installazione posta al centro del chiostro: un campo di grano che ‘illumina’ l’ambiente circostante. Su un quadrato di 4 metri, infatti, si librano seimila steli in ottone con in cima piccole orecchie, da qui il titolo della mostra e il chiaro omaggio al pittore olandese Vincent van Gogh. Un campo di grano che si fa metafora di quelle vibrazioni che segnano il tempo che passa, talvolta in maniera frenetica, perdendo il senso del suo presente.

INTERVISTA A SERGIO FERMARIELLO

Raccontaci la mostra a partire dalla scelta del titolo.
Il titolo nasce nel momento in cui abbiamo individuato in (H)ear la doppia lettura in inglese di ‘orecchio’ e ‘spiga’. Io che studio Vincent van Gogh, rileggo il trauma della rescissione dell’orecchio come un collasso eucaristico. Leggo un van Gogh con un taglio cristiano, profondamente cristiano. Quel taglio dell’orecchio lo leggo come se avesse compiuto un gesto eucaristico e nel frumento, ‘nel pane che lui spezza’, che lui recide, collassa la sua nominazione che è Vincent: ‘Vino santo’. Quindi ripresento in qualche maniera un collegamento tra il frumento e l’orecchio.

Un collegamento che ha portato a una serie di altri rimandi…
Improvvisamente sono partiti una serie di link che portano anche altrove. Pensiamo a quanto il frumento fosse il vero tesoro aureo di una cultura: la vera grana di una società. Come è stata sempre letta dalle culture arcaiche, una generazione che passa, che viene falciata come le piccole germinazioni, come le piccole spighe, erano la vita, il cibo. Era un qualcosa che prendeva la forma quasi di un embrione, e l’orecchio ha la forma di un embrione, quindi le spighette promettevano futuro, promettevano la vita. Una nuova generazione. In un momento così sterile, dove l’epidemia ha spento tanti canali, vedere rispuntare un quadrato di grano da un ramo secco del Sebeto è un principio di speranza. Del resto, le feste antiche erano legate alla rinascita: alla morte e alla resurrezione. E lo stesso Cristianesimo come impostazione è legato al ciclo delle rinascite. In quanto laico, mi sono calato in una lettura dello spazio che conserva più piani, ma conserva fortemente quello del sacro come momento di un respiro, perché ‘il sacro’ è sempre legato alla religione e al territorio.

IL TEMPO SECONDO SERGIO FERMARIELLO

Quali sono stati i tempi di produzione della mostra?
Sono stati molto veloci, con investimenti privati. Oggi, con i tagli laser, una buona organizzazione e le idee chiare, il lavoro si porta a compimento in due/tre mesi. La vita di un artista è la vita del ‘santo’: una volta che ti mettono l’aureola ti inseguono per avere un pezzo di manto. Bisogna andare sempre verso l’aureola e mai verso il mercato, perché altrimenti diventi sterile e basta. Bisogna andare sempre verso le proprie sorgenti e leggere il periodo presente. Sono trent’anni che il mio segno del guerriero marcia nella direzione dell’infezione: quando sono partito, negli Anni Ottanta, l’urgenza era l’AIDS.

Ecco, che peso dai al tempo?
Io mi sento ‘controtempo-raneo’. Questa contemporaneità non l’avverto se non nell’esigenza di recuperare il tempo che è l’unica cosa che ci permette di osservare. Se ad esempio corro in autostrada, non ho tempo per ascoltare chi mi chiede soccorso, e, dato che stiamo accelerando, non abbiamo più tempo. Il Covid-19 ci ha insegnato che il tempo, neanche più il grano, è l’unica ricchezza che abbiamo. Il potere ti frega, perché in quel momento l’ambizione ti toglie il tempo di fare le cose che l’organismo ti chiede. Se corri non ascolti più il tuo corpo. La ricchezza è avere un rapporto con il proprio corpo, il proprio ritmo, respiro, battito. In inglese ‘hear’ significa ‘ascoltare’ dove l’ascolto non è tra soggetti, ma ascoltare la natura.

Siamo abituati a vedere le opere solo con gli occhi, ma chi l’ha detto?, precisa Fermariello e a proposito del suo legame con l’artista olandese e al senso del tempo dichiara: “Van Gogh scriveva la natura ed è stato sempre rimproverato per la sua rapidità: realizzava i girasoli in un’ora, come un pittore di piazza Navona a Roma. E lui diceva: ‘Siete voi che vedete il mio lavoro troppo velocemente’. Van Gogh aveva acquisito la capacità di scrivere la sua immagine e non c’era bisogno di altro tempo, e inoltre voleva catturare l’attimo che è vita, e nello stesso tempo è respiro che muore, che nel momento che vibra ci lascia”.

Fonte: Artribune