Lettera d’amore e fotografia nella mostra di Yvonne De Rosa in Iran

PRENDE LE MOSSE DA UNA CORRISPONDENZA AMOROSA LA MOSTRA FOTOGRAFICA DI YVONNE DE ROSA ALL’HASHT CHESHMEH ART SPACE DI KASHAN, IN IRAN. L’ABBIAMO INTERVISTATA.

Qual è il peso di un amore? Correspondence raccoglie pezzi di storia e di sentimenti andati perduti che in Iran Yvonne De Rosa (Napoli, 1975), fotografa e fondatrice dei Magazzini Fotografici di Napoli, ha riportato alla luce all’Hasht Cheshmeh Art Space, a Kashan. A cura di Hossein Farmani, la mostra è sì una corrispondenza amorosa del 1904, come si evince dal titolo, ma soprattutto è “un racconto di una fatica interiore ad accettare i fatti della vita, e questo secondo progetto è in linea con il lavoro che sto svolgendo nell’ultimo anno: racconti che diventeranno capitoli di un libro che spero di pubblicare in futuro”, ci racconta Yvonne.
Il concetto di ‘recupero’, inteso come recupero della memoria, è il focus della sua ricerca come è stato per il ‘primo capitolo’ dal titolo Negativo 1930, presentato ad Arles, in Francia, oppure Archivio Magazzini – Chapter One, progetto che indagano le memorie destinate all’oblio, quelle che altrimenti sarebbero dimenticate per sempre. E non è un caso se il suo Magazzini Fotografici è un recupero di uno storico spazio nel cuore di Napoli, dedicato interamente alla fotografia.

Yvonne De Rosa, dalla serie Correspondence. Photo credits Yvonne De Rosa
Yvonne De Rosa, dalla serie Correspondence. Photo credits Yvonne De Rosa

L’INTERVISTA A YVONNE DE ROSA

Come è stato svolto il processo di ‘recupero’ di questa storia?
Ho letto tutte le lettere, circa un centinaio, e le ho fatte studiare e analizzare da una grafologa e poi da una psicologa per capire la personalità del soggetto. Fatto questo passaggio, ho raccontato la storia con foto nuove e vecchie, e per ogni lettera ho fotografato una rosa, il classico simbolo dell’amore. Una rosa recisa perché da qui inizia il processo di decadimento del fiore: perdendo la freschezza inizia a diventare altro, qualcosa di unico, e a seconda di come è posizionato acquista una nuova bellezza verso la fine.

Il fiore come metafora della vita. Perché proprio un fiore?
Quest’uomo scriveva alla sua amata ogni giorno e la lettera era accompagnata a volte da un fiore, ma anche perché l’ultima lettera che ho trovato è una lettera di suicidio, tuttavia non per amore. Infatti questo è un lavoro sull’amore, sull’accettazione del sé e sul recupero della memoria. La perizia è stata fatta anche sull’ultima lettera e, insieme alla psicologa, oltre allo stato d’animo diverso dalle lettere precedenti, abbiamo scoperto che questa persona aveva problemi di accettazione nei confronti di se stessa e quindi aveva idealizzato quasi manzonianamente questo amore. Il fiore l’ho fotografato in alcune nicchie come se fosse una reliquia, dal valore quasi sacro, perché lui aveva affidato a questa donna la sua cura e la sua salvezza, ma evidentemente, una volta sposata e quindi raggiunto l’obiettivo, non ce l’ha più fatta.

Yvonne De Rosa, dalla serie Correspondence. Photo credits Yvonne De Rosa
Yvonne De Rosa, dalla serie Correspondence. Photo credits Yvonne De Rosa

Quando sei arrivata in Iran, come è stato l’impatto con il territorio?
Meraviglioso! Ci sono rimasta una decina di giorni, si mangia anche benissimo. Questo è un viaggio che ho sempre voluto fare e ho trovato giusto accettare, proprio in questo particolare periodo storico, di realizzare qualcosa che non avesse niente a che fare con tutto quello che senti nelle news. Sono stata la prima donna a esporre nel centro e probabilmente anche a Kashan, che sta mostrando grande interesse nei confronti dell’arte, in particolare della fotografia, e, per quanto possibile, una grande apertura mentale.

Cosa ti affascina di più del processo di ‘recupero’?
Per me sono sempre importanti i ‘non importanti’ e, nel caso specifico, la persona che ha scritto queste lettere non è una persona famosa, non ha scritto un libro per cui ricordiamo il suo pensiero, ma è un uomo che scriveva a una donna. Questa memoria è quella più spontanea e vera, quindi la più importante da conservare. Voglio dire: le foto di un artista sono importanti, ma parlano dell’artista, invece le foto delle persone, quelle che in inglese si chiamano candid shots, parlano degli uomini, di un periodo storico, di uno spaccato. Inoltre, penso che chi fa questo lavoro con la passione con cui lo faccio io trovi maggiore motivazione in progetti del genere piuttosto che in altri. Ho già scovato un’altra storia, un’altra lettera, e sto cercando di capire dove mi porterà.

Per Artribune